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Partito Socialista sezione di Villasor

Il Partito Socialista è aderente all' Internazionale Socialista e al Partito del Socialismo europeo.
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/ Segretario: Luigi Palmas

LA DISFATTA : IL GIORNO DOPO…

psvillasor | 30 Novembre, 2008 00:47

di Luigi Palmas

 

Il 18 aprile 1948 il Fronte Popolare subì una sonora sconfitta da parte di De Gasperi. Il 14 aprile 2008 si è materializzata la Waterloo del centro-sinistra ad opera di Berlusconi, in termini da far impallidire la memoria di quella disfatta. Innanzitutto, allora, era un De Gasperi a guidare i vincitori, che avevano solide ragioni e combattevano per una  società libera, democratica ed occidentale, e non il Berlusconi di oggi, sostenuto soprattutto dalla Lega xenofoba di Bossi e dai post fascisti. In secondo luogo gli effetti di quel risultato elettorale furono di salvaguardia e di sviluppo della vita democratica, economica e civile, seppur con contraddizioni e interferenze di poteri forti interni ed esterni. Il prossimo quinquennio è, invece, pieno di incognite e preoccupazioni per la salvaguardia e le riforme delle istituzioni repubblicane. Questo scenario è la conseguenza della formazione di una coalizione elettorale astrusa, caratterizzata dall’arroganza di una volontà egemonica del gruppo dirigente del neonato Partito democratico (compromesso storico post litteram tra ex democristiani ed ex comunisti ) teso ad eliminare la sinistra e l’alleanza tra i riformisti, soprattutto con i socialisti. La costruzione e la nascita del P.d. provocano la rottura delle alleanze con i partiti del centro-sinistra e una crisi di governo senza alcuna logica. Il P.d. non ha mai parlato in campagna elettorale dei due anni di governo di cui, con i suoi dirigenti, è stato parte preponderante e del suo Presidente Prodi, indicato da tutta la coalizione nelle primarie e, addirittura, Presidente dello stesso P.d., molto strano, eppur comprensibile. Dulcis in fundo il P.d. ha condotto una campagna elettorale allucinogena, sintomo e manifestazione di un super-ego autoreferenziale, descritto nei manuali di psicologia clinica e politica nel capitolo dedicato alla “paranoia politica”, che deriva dalla presunta superiorità intellettuale e morale della pseudo cultura catto-comunista. Vecchi vizi. Da rabbrividire.  Non ci vuole molto a capire la volontà di distruggere, alleati con il giustizialismo di Di Pietro, la cultura e il pensiero laico, liberale, riformista, socialista. Ciò ha condotto alla vittoria berlusconiana, che è la faccia opposta della stessa medaglia, veltroniana, di cui parleremo nel prossimo numero, con ovvie diversità. Mentre la vittoria della D.C. di sessant’anni fa fu sostenuta con tutti i mezzi dalla Chiesa cattolica, la competizione elettorale di un mese fa è stato uno scontro tra due opposti “compromessi storici”, il “bonsai” del partito veltroniano e quello del partito berlusconiano, alleato del clericalismo più conservatore e fondamentalista, nemico della laicità e del liberalismo. Ha vinto il secondo, visto che il primo non ha fatto nessuna opposizione su questo importante terreno culturale e politico. In Spagna, in Francia, in Inghilterra e in altri paesi europei la sinistra democratica e riformista  guidata dai socialisti vince e governa da decenni affermando i valori della laicità. In Italia il non riconoscimento e la sprezzante rinuncia a tale battaglia da parte del P.d., per ovvi motivi elettorali con totale subordinazione ai poteri dei vertici della Chiesa cattolica, ha ottenuto l’effetto disastroso di oggi . Questo è la conseguenza della rinuncia di questo partito ai valori e ai rapporti ideali e programmatici con il socialismo europeo e internazionale affermato e praticato fin dai suoi primi vagiti dalla sua costituzione e dal suo programma. A ciò si devono aggiungere tutte le ambiguità della condotta politica e di quella elettorale. La prima  riguarda la contraddizione palese tra la proclamata volontà di Veltroni di “voltare pagina”, di porre cioè  fine alla demonizzazione reciproca tra le due ali politiche in cui si trova il Paese, di chiudere l’epoca dell’odio, al punto da non citare più nemmeno il nome del suo competitore, e di rilanciare la politica del dialogo e dell’impegno per le riforme istituzionali. E’ difficile conciliare ciò con la preferenza assoluta accordata dallo stesso Veltroni all’alleanza esclusiva con  Di Pietro, che all’opposto, della demonizzazione di Berlusconi, della politica dell’odio e del giustizialismo è innegabilmente stato sempre il campione, e che agli occhi degli elettori è sempre apparso il simbolo di questa nefasta contrapposizione che divide l’ Italia dall’epoca di Tangentopoli. La seconda  è quella  tra la scelta di andare da soli,  distacco tra la natura del nuovo partito e la cultura  e la prassi della “sinistra radicale”, materializzasi nella lista “Sinistra Arcobaleno” e la contemporanea alleanza stipulata invece con lo stesso schieramento nelle elezioni regionali in Sicilia ed in altre elezioni nei comuni, valga per tutti Roma, e nelle province, svoltesi contestualmente. Ciò ha reso incredibile la nettezza della scelta dichiarata dal P.d., anche perché contestualmente l’unico suo alleato elettorale, l’Italia dei Valori di Di Pietro, ospitava nelle sue liste esponenti della “sinistra girotondina” e “travagliata”, come Pancho Pardi, e “giustizialisti” di antico pelo come Leoluca Orlando. In tal modo era da dubitare che potesse ottenere successo la richiesta di “via libera” per la vittoria elettorale e per il governo del Paese  da parte del pullman veltroniano che lampeggiava una proposta di riformismo intermittente, oscurato da zone d’ombra giustizialiste, attirate da residui massimalistici, influenzate da una  forte negazione verso una componente essenziale del riformismo moderno quale è quello del laicismo e dei diritti civili. In realtà la campagna elettorale ha messo in luce le contraddizioni che gravano sull’italico bipolarismo forzoso, antidemocratico, che ha contrassegnato la fittizia composizione degli schieramenti scesi in campo per contendersi la spada del potere. Si sono incrociati quelli che possono essere definiti due gladi di opposto colore. Sul centrosinistra il gladio rosso di Dio ( come l’aveva definito sessant’anni or sono Franco Rodano, il padre del catto-comunismo ) che ha cambiato colore divenendo piuttosto bianco-rosa, cioè sostanzialmente demo-catto-postcomunista. Sul versante del centrodestra c’è il gladio che potremmo definire azzurro, per la colorazione che gli impone la ormai supremazia di Berlusconi, una volta espulso il ribelle e coerente  Casini ed ammansito l’enigmatico e contradditorio  Fini. Il gladio catto-comunista ha affiancato a sé il giustizialista Di Pietro: una protesi che sostituisce l’amputato braccio garantista che connota in ogni parte d’Europa il riformismo democratico, e che invece da noi viene sacrificato a profitto del ringhioso giustizialismo e giacobinismo becero dell’ex p.m. di “mani pulite”, al servizio dei servizi e degli amici beneficiati di buona memoria, che hanno doverosamente  ben ricambiato. L’altro braccio amputato al presunto corpo riformista del P.d. è quello del laicismo, che anch’esso connota ogni soggetto del riformismo democratico europeo: con il risultato, peraltro, che viene cancellata anche la decantata analogia con il Partito democratico statunitense, perché negli U.S.A. i Teo-com, analoghi ai nostri Teo-dem, stanno nel Partito repubblicano, e si guardano bene dal mettere piede in quello democratico dei Clinton , di Obama e dei Kennedy. Questo accrocco, pieno di contraddizioni e stremato dai contrasti interni, è apparso subito un soggetto poco incisivo e del tutto lontano dalla possibilità di spuntarla nella disfida elettorale, tanto da essere definito “moscio” da uno dei suoi stessi leader, e “flaccido” dal Prof.  Sartori sul “Corriere della Sera”. La candidatura dell’ex sindaco di Roma, definita dai leghisti “pappona”, non solo non ha sfondato al Nord, ma ha addirittura concorso a determinare il forte successo della Lega che ha innalzato lo stendardo della lotta all’ultimo sangue al centralismo romano, incarnato dal leader del P.d.. All’ affermazione dei seguaci di Bossi ha concorso peraltro il flusso di consensi dei transfughi della “sinistra arcobaleno”, che hanno seguito la linea dinamica che negli ultimi anni in Italia, come del resto nel mondo, vede trasformarsi i “no global”, attratti da noi dalle seducenti teorie anti-mercatiste abbracciate e teorizzate da Tremonti. Così la stessa cocente sconfitta del veltronismo si è anche paradossalmente tradotta in una certificazione di morte in tutto il territorio politico della sinistra italiana, una volta fagocitato lo spregiudicato gruppo dei radicali che ha cessato di combattere (speriamo non definitivamente) per lasciarsi traghettare fino al dorato porto di Montecitorio, con una bella quota di finanziamenti elettorali, tra l’altro da loro sempre contestati perché immorali. Il terremoto provocato dalla congiunzione catto-postcomunista ha aperto una voragine non solo sotto i piedi del Cavaliere e dei suoi , ma della intera sinistra italiana, che è stata cancellata dalla vita istituzionale, dove resta in piedi soltanto un pseudo-riformismo pasticciato ed amputato di ogni presenza laica, garantista, e privata di ogni collegamento europeo ed internazionale in generale. Ne hanno fatto le spese la “sinistra arcobaleno”, che ha pagato la sua incapacità di trasformare le sue avventurose presenze governative in un’opera di revisione che avrebbe potuto avvicinarla ai moduli del socialismo europeo, mentre ha continuato a crogiolarsi nel suo arcaico anticapitalismo ed antiamericanismo. Il prezzo più pesante è stato quello pagato dai socialisti, che hanno subìto la punizione di uscire dal Parlamento italiano dove erano entrati con Garibaldi ed Andrea Costa ancor prima della loro costituzione in partito politico, solo per essersi rifiutati di rinunciare alla loro identità originaria e, conseguentemente, di recidere i loro legami con la grande realtà del socialismo europeo ed internazionale. Certo, i socialisti non sono esenti anch’essi da responsabilità, da colpe ed errori, a volte anche gravi, come ogni soggetto, singolo o collettivo, che operi nel mondo degli umani. Ma nella storia hanno sempre dimostrato di saper confrontarsi con le proprie manchevolezze, di affrontare e di  non nascondere le  proprie responsabilità. Oggi sono di fronte al pericolo di scomparire. Pertanto sono chiamati a fare i conti con sé medesimi, innanzitutto. A rinnovarsi, come ammoniva Nenni, per non correre il rischio di perire. Nessun insegnamento è stato mai così profetico. Tutto in Italia è mutato con queste elezioni. Il Paese tende sempre più a separarsi dai moduli dell’Europa politica, privilegiando una destra che è sempre di più sotto il segno di una Lega prorompente, ed assumendo in tal modo connotazioni razziste ed oscurantiste di tipo olandese. A sua volta il centrosinistra si allontana dal modello socialista europeo con un cocktail falso-nuovista di un Partito democratico, che porta sul suo sidecar un Di Pietro sempre più aggressivo nella sua arroganza giustizialista, di destra, tale da indurre gli elettori a votare per Berlusconi quando si è profilato il pericolo di vederlo salire alla guida del Ministero di Grazia e Giustizia. Nelle elezioni abbiamo toccato con mano la realtà di un P.d. chiamatosi fuori dal modello europeo di una sinistra socialista democratica e liberale. Soltanto una rinascita in Italia di una sinistra come quella zapateriana, laburista e socialdemocratica di tipo tedesco, finchè non è troppo tardi, può metterci al riparo dalle conseguenze del voto di aprile, denominato utile sia da Berlusconi che da Veltroni, utile a chi e per che cosa vedremo.  

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