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psvillasor | 05 Marzo, 2009 07:09
di Luigi Palmas
Il settore che maggiormente caratterizza il declino delle regioni italiane è senz’altro quello della sanità. Qualche tempo fa i giornali hanno ricostruito la mappa del potere sanitario in Italia: quasi 300 manager a capo di Asl ed aziende ospedaliere, il 65% dei quali scelto dal centrosinistra. Un sistema spartitorio che già da solo rappresenta la “Caporetto” delle nostre regioni. Il sistema sanitario italiano offre senz’altro livelli di assistenza eccellenti in alcune zone del Paese. Ma le modalità con cui vengono effettuate le nomine, la spartizione degli incarichi, delle assunzioni e degli appalti, i continui sprechi, le lunghe liste d’attesa per gli esami e i sempre più crescenti casi di malasanità, non lasciano dubbi: le regioni si sono dimostrate incapaci di gestire la sanità. Ha scritto di recente il Prof. Luigi Cancrini: “La corruzione politica si è insediata robustamente, negli ultimi anni, nel settore della sanità, dando un contributo importante all’aumento della spesa sanitaria, alla costruzione di un debito immenso, alla dequalificazione di tanti servizi e allo sviluppo di tante asimmetrie della loro distribuzione: nelle regioni, in particolare, in cui in modo più squallido i politici hanno approfittato del potere abnorme che la legge permetteva loro di esercitare”. Si tratta di una efficace sintesi dei mali della sanità e dell’incapacità delle regioni. E’ la stessa relazione della Corte dei conti, Sezione delle autonomie, con la quale la Corte ha riferito al Parlamento sulla gestione finanziaria delle regioni a statuto ordinario per gli esercizi 2005 e 2006 ad evidenziare gravissime anomalie (e reati) nella gestione sanitaria e a certificare l’incredibile cifra di 45 miliardi di euro di debiti “occulti”, nel senso che sfuggono a qualsiasi riflessione (e preoccupazione) e a tutti i programmi. Tra l’altro, secondo il centro studi Cerm, la crescita della spesa sanitaria italiana nei prossimi 40 anni potrebbe raddoppiare rispetto alle previsioni e, in assenza di riforme adeguate, determinare squilibri finanziari e gravi riduzioni di servizi.Il tratto più preoccupante dell’attuale sistema sanitario (nazionale) è però la frattura Nord-Sud che si fa sempre di più evidente, con una sanità a doppia velocità che offre agli italiani diritti diversi e livelli differenziati. E’ la Commissione d’inchiesta del Senato “sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale”, presieduta da Antonio Tomassini, che in poco più di 16 mesi di lavoro ed una relazione di 145 pagine (ma molte indagini sono state lasciate a metà per l’interruzione della legislatura), ha lanciato l’allarme sul divario Nord-Sud, sottolineando che siamo di fronte ad un’Italia a due velocità, con un Sud dove la sanità precipita in situazioni di allarmante degrado. Anche il rapporto Osservasalute, predisposto dall’Università cattolica di Roma, arriva a concludere che il Sud e il Nord del nostro Paese sono sempre più distanti nella gestione dei servizi sanitari, ma anche negli stili di vita e nelle malattie. “Il panorama della sanità italiana appare in progressiva divaricazione con pochi elementi che testimoniano possibili percorsi di avvicinamento di comportamenti e risultati, soprattutto guardando a spesa sanitaria, avanzi e disavanzi, modalità di allocazione delle risorse, equilibri/squilibri economici delle aziende, nelle varie regioni. Se alcune differenze seguono un chiaro gradiente Nord-Sud (come la spesa sanitaria rispetto al Pil, col valore massimo registrato in Campania – dati 2004 – pari al 9,89% più che doppio del valore minimo, registrato in Lombardia, pari a 4,46%), per altri le differenze sostanziali si avvertono tra regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario. Lo scenario è quello di un sistema sanitario eterogeneo nella performance economico-finanziaria, così come nelle scelte di allocazione delle risorse, ma in continua e progressiva trasformazione”. Il rapporto PiT Salute 2007 (undicesima edizione) di Cittadinanzattiva è, a tal fine, ancora più esplicito, titolando uno dei suoi focus: I mali del federalismo: un servizio sanitario frammentato e disomogeneo, e sottolineando come “la sempre maggiore autonomia dei ventuno sistemi regionali ha causato una crescente frammentazione del servizio sanitario”. Il rapporto PiT Salute 2007 mette in evidenza gradi diversificati di accesso alle prestazioni, comprese quelle elencate nei Livelli essenziali di assistenza (“Lea”) sulle quali lo Stato, viceversa, conserva formalmente una competenza esclusiva (Lea di recente in via di modificazione ad opera, improvvidamente, delle regioni e del Governo e non già del Parlamento, al quale tale prerogativa dovrebbe spettare di diritto nell’interesse generale). Ma le differenze sono anche, secondo il rapporto di Cittadinanzattiva, in ulteriori ed importanti aspetti, come l’assistenza farmaceutica, ospedaliera, nelle residenze sanitarie assistite, nella lungo degenza, nel settore della non autosufficienza, negli hospice, nelle liste di attesa, nell’odontoiatria e nelle malattie rare. La coordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato, intervenendo alla presentazione del rapporto, è stata categorica: “E’ urgente intervenire per ridurre le disuguaglianze tra le regioni nell’accesso alle cure, governando il federalismo, piuttosto che lasciare il governo della sanità a scelte localistiche. Questo vuol dire potenziare i controlli sull’effettiva erogazione dei Lea”. L’Italia della salute è divisa anche dal ticket. Secondo uno studio dell’Associazione medici endocrinologi (Ame), a proposito della diagnostica e della terapia per diabete, tiroide ed altre ghiandole produttrici di ormoni, in Puglia, nelle Marche, in Emilia-Romagna, in Veneto, in Sardegna e in Liguria (solo in alcune Asl) si paga il ticket, mentre nelle altre regioni non si paga. Con il risultato che in alcune regioni il cittadino deve contribuire alla spesa sanitaria sia direttamente, pagando di volta in volta il ticket (in aggiunta alla partecipazione al pagamento delle addizionali ed all’incremento della tassa del bollo di circolazione), sia indirettamente, con il pagamento delle tasse in ambito nazionale che contribuiscono a sanare i bilanci delle regioni meno virtuose. E pensare che di fronte a tali e tante diversità territoriali si continua imperterriti ad effettuare il riparto del fondo sanitario nella solita “due giorni romana” della cosiddetta Conferenza delle regioni, utilizzando sempre gli stessi criteri, vetusti, criptici e superati, ma graditi ai soliti che in tal modo continuano a spillare alle casse generali più soldi per i propri territori. Anche i luoghi comuni sulla sanità incominciano a scricchiolare. A proposito di aumento dei debiti della sanità pubblica dal 2002 al 2005, tutti sanno che la regione Lazio ha avuto un incremento esponenziale dell’8,4%, passando da un debito di 7.254 milioni di euro del 2002 agli 11.450 milioni di euro del 2005. E giù articoli di giornali, invettive, tutor e minacce di commissariamento. Ma basta leggere un po’ meglio la relazione della Corte dei Conti per scoprire che l’aumento del debito dell’Emilia-Romagna è stato in proporzione molto più elevato, raggiungendo la percentuale del 12% e passando da 1.841 milioni di euro del 2002 ai 3.611 milioni di euro del 2005. Ciò per sottolineare, soprattutto, che sulla sanità le situazioni totalmente virtuose sono quasi inesistenti nel nostro Paese.
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