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psvillasor | 05 Marzo, 2009 03:47
«Il mondo della cultura non può essere governato con un'impostazione di tipo dirigistico, non può accettare che si decidano i programmi in modo autocratico. Quello che va bene al capo può essere finanziato, il resto non conta niente»: parole che sembrano uscire da un comitato centrale di Praga o Varsavia, all'epoca dei grandi cambiamenti dopo la caduta del blocco sovietico quando si accese il dibattito tra comunisti e postcomunisti. A parlare è sì un ex comunista doc, ma lo sfondo non sono i paesi dell'Est. La critica parte dallo storico Aldo Accardo, docente dell'università di Cagliari, presidente della fondazione culturale Siotto, studioso di Gramsci e autore di numerosi saggi pubblicati anche da case editrici nazionali. Allievo prediletto di Girolamo Sotgiu, uno dei padri della storiografia sul movimento operaio sardo, sin da giovane impegnato a sinistra nel dibattito culturale nell'isola, oggi si schiera apertamente contro la politica culturale della Regione negli ultimi cinque anni. Ora che il leader maximo Renato Soru è caduto, le più pesanti critiche alla sua politica culturale non giungono dal centrodestra, ma da molti suoi ex fans della sinistra storica che si sono sentiti "traditi" o ancor peggio ingannati. Oggi esce allo scoperto il mondo della cultura che ha vissuto in silenzio la mannaia dei tagli indiscriminati e di «una politica- come dice Accardo - rigidamente dirigistica». E che quando qualcuno ha espresso un dissenso è stato invitato a farsi da parte o è stato vessato dalla burocrazia dell'assessorato alla Pubblica istruzione. Questa storia che andiamo a raccontare sembra uscita dalle pagine di Milan Kundera o del romeno Eliade Mircea. Ma lo sfondo sono gli uffici di viale Trieste e della torre di viale Trento dove per cinque anni l'ex presidente Soru e i suoi assessori hanno portato avanti a testa bassa il Piano di riordino dei Beni culturali. Risultati? Tanta carta (progetti, leggi, decreti) prodotta dall'assessorato, spazio a costosi festival letterari gestiti dalla pattuglia di scrittori amici (in prima fila nella campagna elettorale), occupazione manu militari di spazi sdemanializzati che invece di passare al Comune di Cagliari sono stati gestiti direttamente dalla Regione. Come l'ex Manifattura tabacchi. Per gli altri "soggetti" fuori dal coro o troppo piccoli per avere voce sono rimaste le briciole o niente. Chiedetelo agli editori sardi (lasciati soli nella promozione alle fiere del libro) o alla gloriosa Cineteca sarda a un passo dalla bancarotta.
«Attenzione, non tutto ciò che ha fatto Soru è da buttare» avvisa Aldo Accardo: «Bisogna dare un giudizio equilibrato e articolato. Ma ha straragione il professor Gian Giacomo Ortu quando annuncia la chiusura dell'Istituto di storia della Resistenza rimasto senza soldi e quindi condannato a morte dalla Regione. Alla base resta il fatto che il mondo della cultura deve accogliere le istanze strategiche della giunta, ma non può accettare ingerenze di ogni genere. L'autonomia è fondamentale: nessuno, se non lo storico o l'associazione, può decidere se fare un convegno su Angioy o su Gramsci, stabilire chi invitare o meno a un dibattito. In questi anni è avvenuto il contrario».
Lo scorso dicembre all'Auditorium di Cagliari, Aldo Accardo davanti alle autorità presentò il calendario dei Carabinieri tradotto in sardo gallurese «perché gallurese era il traduttore Luciano Carta. Un'altra scelta sarebbe stata legittima. Il sardo è un argomento complesso, nessuno e nessuna legge può dettare le regole perché una lingua è il prodotto del popolo che la parla e degli scrittori che la nobilitano». Il discorso non fu gradito da Soru che non accettò un libro offertogli in dono dallo storico. «L'indomani mi chiamò l'assessore Mongiu e mi disse: se non ti piace la nostra politica culturale non chiedere più contributi. Taccio per pudore sulla mia risposta, espressa senza timori di ritorsioni perché la Fondazione Siotto gode di un proprio patrimonio e non è ricattabile come la maggior parte delle altre associazioni o istituzioni. La realtà - sottolinea lo studioso - è che quando qualcuno si permetteva di manifestare un minimo dissenso scattavano i meccanismi della burocrazia, richieste crescenti di nuovi documenti, presentavi una cosa e ne volevano un'altra, e i finanziamenti erano sempre in ritardo. Capisco che in questa situazione tutti coloro che lavorano nel settore si siano ritrovati nei debiti o costretti ad assoggettarsi ai diktat dell'assessorato». Aldo Accardo conclude con un appello alla futura amministrazione: «Ora abbiamo bisogno solo di lavorare in tranquillità, con la certezza del diritto e la puntualità dei fondi, anche se pochi».
«Il mondo della cultura non può essere governato con un'impostazione di tipo dirigistico, non può accettare che si decidano i programmi in modo autocratico. Quello che va bene al capo può essere finanziato, il resto non conta niente»: parole che sembrano uscire da un comitato centrale di Praga o Varsavia, all'epoca dei grandi cambiamenti dopo la caduta del blocco sovietico quando si accese il dibattito tra comunisti e postcomunisti. A parlare è sì un ex comunista doc, ma lo sfondo non sono i paesi dell'Est. La critica parte dallo storico Aldo Accardo, docente dell'università di Cagliari, presidente della fondazione culturale Siotto, studioso di Gramsci e autore di numerosi saggi pubblicati anche da case editrici nazionali. Allievo prediletto di Girolamo Sotgiu, uno dei padri della storiografia sul movimento operaio sardo, sin da giovane impegnato a sinistra nel dibattito culturale nell'isola, oggi si schiera apertamente contro la politica culturale della Regione negli ultimi cinque anni. Ora che il leader maximo Renato Soru è caduto, le più pesanti critiche alla sua politica culturale non giungono dal centrodestra, ma da molti suoi ex fans della sinistra storica che si sono sentiti "traditi" o ancor peggio ingannati. Oggi esce allo scoperto il mondo della cultura che ha vissuto in silenzio la mannaia dei tagli indiscriminati e di «una politica- come dice Accardo - rigidamente dirigistica». E che quando qualcuno ha espresso un dissenso è stato invitato a farsi da parte o è stato vessato dalla burocrazia dell'assessorato alla Pubblica istruzione. Questa storia che andiamo a raccontare sembra uscita dalle pagine di Milan Kundera o del romeno Eliade Mircea. Ma lo sfondo sono gli uffici di viale Trieste e della torre di viale Trento dove per cinque anni l'ex presidente Soru e i suoi assessori hanno portato avanti a testa bassa il Piano di riordino dei Beni culturali. Risultati? Tanta carta (progetti, leggi, decreti) prodotta dall'assessorato, spazio a costosi festival letterari gestiti dalla pattuglia di scrittori amici (in prima fila nella campagna elettorale), occupazione manu militari di spazi sdemanializzati che invece di passare al Comune di Cagliari sono stati gestiti direttamente dalla Regione. Come l'ex Manifattura tabacchi. Per gli altri "soggetti" fuori dal coro o troppo piccoli per avere voce sono rimaste le briciole o niente. Chiedetelo agli editori sardi (lasciati soli nella promozione alle fiere del libro) o alla gloriosa Cineteca sarda a un passo dalla bancarotta.
«Attenzione, non tutto ciò che ha fatto Soru è da buttare» avvisa Aldo Accardo: «Bisogna dare un giudizio equilibrato e articolato. Ma ha straragione il professor Gian Giacomo Ortu quando annuncia la chiusura dell'Istituto di storia della Resistenza rimasto senza soldi e quindi condannato a morte dalla Regione. Alla base resta il fatto che il mondo della cultura deve accogliere le istanze strategiche della giunta, ma non può accettare ingerenze di ogni genere. L'autonomia è fondamentale: nessuno, se non lo storico o l'associazione, può decidere se fare un convegno su Angioy o su Gramsci, stabilire chi invitare o meno a un dibattito. In questi anni è avvenuto il contrario».
Lo scorso dicembre all'Auditorium di Cagliari, Aldo Accardo davanti alle autorità presentò il calendario dei Carabinieri tradotto in sardo gallurese «perché gallurese era il traduttore Luciano Carta. Un'altra scelta sarebbe stata legittima. Il sardo è un argomento complesso, nessuno e nessuna legge può dettare le regole perché una lingua è il prodotto del popolo che la parla e degli scrittori che la nobilitano». Il discorso non fu gradito da Soru che non accettò un libro offertogli in dono dallo storico. «L'indomani mi chiamò l'assessore Mongiu e mi disse: se non ti piace la nostra politica culturale non chiedere più contributi. Taccio per pudore sulla mia risposta, espressa senza timori di ritorsioni perché la Fondazione Siotto gode di un proprio patrimonio e non è ricattabile come la maggior parte delle altre associazioni o istituzioni. La realtà - sottolinea lo studioso - è che quando qualcuno si permetteva di manifestare un minimo dissenso scattavano i meccanismi della burocrazia, richieste crescenti di nuovi documenti, presentavi una cosa e ne volevano un'altra, e i finanziamenti erano sempre in ritardo. Capisco che in questa situazione tutti coloro che lavorano nel settore si siano ritrovati nei debiti o costretti ad assoggettarsi ai diktat dell'assessorato». Aldo Accardo conclude con un appello alla futura amministrazione: «Ora abbiamo bisogno solo di lavorare in tranquillità, con la certezza del diritto e la puntualità dei fondi, anche se pochi».
«Il mondo della cultura non può essere governato con un'impostazione di tipo dirigistico, non può accettare che si decidano i programmi in modo autocratico. Quello che va bene al capo può essere finanziato, il resto non conta niente»: parole che sembrano uscire da un comitato centrale di Praga o Varsavia, all'epoca dei grandi cambiamenti dopo la caduta del blocco sovietico quando si accese il dibattito tra comunisti e postcomunisti. A parlare è sì un ex comunista doc, ma lo sfondo non sono i paesi dell'Est. La critica parte dallo storico Aldo Accardo, docente dell'università di Cagliari, presidente della fondazione culturale Siotto, studioso di Gramsci e autore di numerosi saggi pubblicati anche da case editrici nazionali. Allievo prediletto di Girolamo Sotgiu, uno dei padri della storiografia sul movimento operaio sardo, sin da giovane impegnato a sinistra nel dibattito culturale nell'isola, oggi si schiera apertamente contro la politica culturale della Regione negli ultimi cinque anni. Ora che il leader maximo Renato Soru è caduto, le più pesanti critiche alla sua politica culturale non giungono dal centrodestra, ma da molti suoi ex fans della sinistra storica che si sono sentiti "traditi" o ancor peggio ingannati. Oggi esce allo scoperto il mondo della cultura che ha vissuto in silenzio la mannaia dei tagli indiscriminati e di «una politica- come dice Accardo - rigidamente dirigistica». E che quando qualcuno ha espresso un dissenso è stato invitato a farsi da parte o è stato vessato dalla burocrazia dell'assessorato alla Pubblica istruzione. Questa storia che andiamo a raccontare sembra uscita dalle pagine di Milan Kundera o del romeno Eliade Mircea. Ma lo sfondo sono gli uffici di viale Trieste e della torre di viale Trento dove per cinque anni l'ex presidente Soru e i suoi assessori hanno portato avanti a testa bassa il Piano di riordino dei Beni culturali. Risultati? Tanta carta (progetti, leggi, decreti) prodotta dall'assessorato, spazio a costosi festival letterari gestiti dalla pattuglia di scrittori amici (in prima fila nella campagna elettorale), occupazione manu militari di spazi sdemanializzati che invece di passare al Comune di Cagliari sono stati gestiti direttamente dalla Regione. Come l'ex Manifattura tabacchi. Per gli altri "soggetti" fuori dal coro o troppo piccoli per avere voce sono rimaste le briciole o niente. Chiedetelo agli editori sardi (lasciati soli nella promozione alle fiere del libro) o alla gloriosa Cineteca sarda a un passo dalla bancarotta.
«Attenzione, non tutto ciò che ha fatto Soru è da buttare» avvisa Aldo Accardo: «Bisogna dare un giudizio equilibrato e articolato. Ma ha straragione il professor Gian Giacomo Ortu quando annuncia la chiusura dell'Istituto di storia della Resistenza rimasto senza soldi e quindi condannato a morte dalla Regione. Alla base resta il fatto che il mondo della cultura deve accogliere le istanze strategiche della giunta, ma non può accettare ingerenze di ogni genere. L'autonomia è fondamentale: nessuno, se non lo storico o l'associazione, può decidere se fare un convegno su Angioy o su Gramsci, stabilire chi invitare o meno a un dibattito. In questi anni è avvenuto il contrario».
Lo scorso dicembre all'Auditorium di Cagliari, Aldo Accardo davanti alle autorità presentò il calendario dei Carabinieri tradotto in sardo gallurese «perché gallurese era il traduttore Luciano Carta. Un'altra scelta sarebbe stata legittima. Il sardo è un argomento complesso, nessuno e nessuna legge può dettare le regole perché una lingua è il prodotto del popolo che la parla e degli scrittori che la nobilitano». Il discorso non fu gradito da Soru che non accettò un libro offertogli in dono dallo storico. «L'indomani mi chiamò l'assessore Mongiu e mi disse: se non ti piace la nostra politica culturale non chiedere più contributi. Taccio per pudore sulla mia risposta, espressa senza timori di ritorsioni perché la Fondazione Siotto gode di un proprio patrimonio e non è ricattabile come la maggior parte delle altre associazioni o istituzioni. La realtà - sottolinea lo studioso - è che quando qualcuno si permetteva di manifestare un minimo dissenso scattavano i meccanismi della burocrazia, richieste crescenti di nuovi documenti, presentavi una cosa e ne volevano un'altra, e i finanziamenti erano sempre in ritardo. Capisco che in questa situazione tutti coloro che lavorano nel settore si siano ritrovati nei debiti o costretti ad assoggettarsi ai diktat dell'assessorato». Aldo Accardo conclude con un appello alla futura amministrazione: «Ora abbiamo bisogno solo di lavorare in tranquillità, con la certezza del diritto e la puntualità dei fondi, anche se pochi».
L’Unione Sarda Sabato 28 febbraio 2009
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